“Faust”. Padiglione Tedesco. 57. Biennale di Venezia.
13 maggio – 26 novembre
Curatrice: Susanne Pfeffer
Su invito di Susanne Pfeffer, Anne Imhof ha realizzato per il Padiglione Tedesco alla 57. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia un lavoro titolato “Faust”. Nell’adattamento sculturale agli spazi e alla situazione, la nuova opera, concepita insieme al consueto team di performer, si moltiplica in nuove composizioni. “Faust” consiste da un lato in una messa in scena di oltre cinque ore, dall’altro in uno scenario fisso, che permane per tutti i sette mesi. Esso è costituito da una dinamica performativa, un’installazione sculturale, una riduzione pittorica e una precisa coreografia degli angoli di visuale e dei movimenti che comprende l’intero padiglione. “Faust” diventa così una presenza assoluta, la cui essenza si trasmette all’osservatore in modo immediato e istantaneo:
uno spazio, una casa, un padiglione, un’istituzione, uno stato. Il pavimento e le pareti in vetro penetrano lo spazio in maniera fluida, cristallina e dura, come avviene nei centri del potere e del denaro. Confini spaziali che tuttavia rivelano ogni cosa rendendola visibile e controllabile. Il pavimento rialzato eleva i corpi degli interpreti della performance e trasforma le proporzioni dello spazio. Sotto, sopra e accanto a noi ci sono i corpi come fenomeno singolo e collettivo. In posizione rialzata o rannicchiati i performer si muovono attraverso, sotto e sopra il padiglione. Se ne stanno in piedi su isolati piedistalli in vetro oppure accovacciati come fossero sospesi alle pareti degli spazi; corpo, scultura e, al contempo, merce. All’improvviso ci troviamo in una costruzione di potere e impotenza, arbitrio e autorità, resistenza e libertà. Fuori, nel proprio territorio, i cani sorvegliano la casa. Il grido si spegne sotto al colpo protratto della propria mano. Il presunto abbraccio impietrisce nella silenziosa lotta delle forze tese. Sordo si smorza il pugno sul petto e lascia che il braccio rimbalzi meccanicamente. Premuti contro il vetro, i corpi si deformano fino a sembrare un irriconoscibile ammasso di carne. Autarchica e silenziosa, la mano soddisfa il proprio sesso. I corpi degli interpreti sono ridotti alla nuda vita.
Si possono analizzare sulla scorta della loro economia sessuale. La masturbazione quale regressione e resistenza, quale morte della sessualità e, al contempo, quale immagine di una sessualità che serve solamente al consumo visivo. Il piacere non nasce nell’atto sessuale, bensì nell’atto del vedere ed esser visti. Cupe grida testimoniano il dolore per il crescente svanire della vita, per la zombizzazione del corpo capitalizzato. Pare dissolversi il principio dualistico e il confine tra soggetto capitalizzato e oggetto capitalizzato. Ma come agisce il potere quando si stacca dai soggetti e di essi fa un oggetto? “Il potere non ha mai saputo diffondersi così rapidamente nel corpo sociale e non è mai stato così difficile da fissare”. (Paul B. Preciado) L’essenza del capitalismo è il consumo sfrenato dei corpi.
La trasparenza del vetro consente allo sguardo sezionante del fruitore di andare verso gli interpreti della performance e poi tornare indietro; la struttura fredda e simmetrica permette un’osservazione immediata e anche un controllo diretto. Il vetro divisore crea distanza e autopercezione, un consapevolizzarsi dell’osservazione. Gli sguardi si incontrano, ma non nasce una comunicazione. I performer scorgono qualcuno, ma non lo riconoscono. Si è nel mezzo di atti performativi, ma non si sarà mai parte di essi. Gli interpreti fanno la loro comparsa secondo il genere, in maniera individuale e propria, ma, al contempo, in modo stereotipato. I movimenti individuali e i gesti del singolo sono in contraddizione con i movimenti uniformi e guidati da messaggi te stuali, che ricordano dei codici sociali involontari e ripetuti incessantemente in modo meccanico. Così questi corpi ammaestrati e fragili sembrano un materiale permeato da strutture di potere invisibili. Sono soggetti in lotta perenne con la propria oggettivazione. Ai bio-tecno-corpi è inerente la comunicazione mediale. I performer sono consapevoli che i loro gesti non sono fini a se stessi, ma che esistono soltanto nella loro medialità. Sembrano permanentemente trasformarsi in immagini consumabili; vogliono diventare immagine, merce digitale. In un’epoca fortemente caratterizzata dalla medialità, le immagini non solo ritraggono la nostra realtà, ma la creano. Gli attuali corpi biopolitici non sono più una superficie bidimensionale in cui s’imprimono il potere, la legge, il controllo e la punizione, bensì un fitto entroterra in cui si svolge la vita, oltre che il controllo politico, in forma di scambio e comunicazione. Emerge un nuovo soggetto: ormonale, mediale, fortemente collegato in Rete. La bellezza dei corpi che vediamo e presumiamo auto-ottimizzati è condizionata da pubblicità e immagine del prodotto alle quali siamo sempre esposti. Non è insita nello sguardo di chi osserva, ma è frutto dello sfruttamento perfezionato, degli algoritmi. Create appositamente per le relative voci degli interpreti, le composizioni risuonano, dapprima isolate, poi si sommano sempre più nella comunione tecnologica dei cellulari fino a divenire un coro impressionante e, al contempo, solipsistico. Formatasi nel gruppo continua a sussistere un’individualità errante. Anche se cantano insieme, cantano l’Io. I cani nel canile, il padrone e il cane, il cane e chi si tiene al guinzaglio sono testimonianza di un rapporto di potere soggetto ai mutamenti culturali e simbolo delle mutevoli costruzioni di natura: non un dualismo separatore di natura e cultura, bensì il canile quale mondo. In una società in cui la colpa non è una questione legata alla religione, bensì alla responsabilità individuale, in cui la malattia non è un castigo divino, bensì una colpa propria, ecco che il corpo si trasforma in capitale e il denaro diviene l’unico parametro. Il corpo è oggetto di consumo del libero mercato. La razionalità del mercato decide allora se il corpo è degno di essere tutelato oppure no, fino alla necropolitica. Nel capitalismo il dominio del denaro è assoluto. Come nel “Faust” di Goethe, vogliamo vendere qualcosa che neanche c’è. Non c’è l’anima, non ci sono le merci dell’economia finanziaria e, ciononostante, anzi, proprio per questo, il sistema funziona. Soltanto nella formazione di un gruppo da parte dei corpi e nell’occupazione dello spazio si può formare la resistenza. Sulle balaustre e sulle recinzioni, sul fondo e sul tetto, gli interpreti della performance occupano lo spazio, la casa, il padiglione, l’istituzione, lo stato.
ANNE IMHOF
Anne Imhof, nata nel 1978 a Gießen, vive e lavora a Francoforte sul Meno
STUDI
2008 – 2012
Università statale di Arti Visive (Staatliche Hochschule für Bildende Künste) –
Städelschule, Francoforte sul Meno
2000 – 2003
Università di Arte e Design (Hochschule für Gestaltung), Offenbach am Main
Courtesy Padiglione Tedesco 2017, l’artista
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